Il gender pay gap: quanto vale lo stipendio di una donna?

Il gender pay gap: quanto vale lo stipendio di una donna?

Secondo ricerche ormai note, una donna con pari mansioni di un uomo guadagna in media il 79% di quello che guadagna un uomo. Quali sono i fattori che, ancora oggi, limitano la carriera e l'avanzamento economico di una donna? Di certo, le particolari condizioni di vita che coinvolgono di solito una donna, come la maternità, rappresentano una penalizzazione sul contesto lavorativo. Ma che cosa è stato fatto finora e che cosa è possibile fare, per favorire un trattamento economico omogeneo fra donne e uomini? Ne parlo nel mio nuovo articolo su La ricchezza delle donne.

Nel 1963 il presidente americano J.F. Kennedy introdusse l’Equal pay Act: questa legge stabilisce che uomini e donne devono ricevere identici trattamenti economici per le stesse mansioni. Un anno dopo, il Congresso americano emanò il Civil Rights Act, per proteggere i soggetti deboli ed evitare discriminazioni basate sul sesso, sulla razza, sulla religione.

In tutti questi anni, la differenza di trattamento economico (il gender pay gap) si è ridotto in modo evidente, ma è ancora presente: secondo una recente ricerca della World Bank, che ha analizzato 10 anni di riforme in materia (dal 2009 al 2019), in 131 paesi si sono registrate 274 riforme a leggi e regolamenti per favorire l’uguaglianza di genere, anche in tema economico. La ricerca Women, Business and the Law 2019: a Decade of Reform utilizza 8 indicatori che sono stati impostati per analizzare la vita della donna, dall'inizio alla fine del suo percorso lavorativo. Seguendo una serie di domande, gli indicatori danno un quadro piuttosto eterogeneo sulle riforme in tema di uguaglianza di genere in giro per il mondo.

Gli indicatori vanno da quello che analizza i dati relativi alla maternità (e quindi, la presenza di leggi a tutela delle donne in gravidanza e del loro rientro a lavoro) a quello relativo alla pensione, e a quello che si riferisce al trattamento economico.

In particolare, la differenza di trattamento economico aumenta con l’aumento dell’età della donna: a differenza di quanto avviene per un uomo, infatti, dopo i 35 anni, la carriera economica di una donna cresce molto più lentamente e il divario economico diventa sempre più evidente quando la donna supera i 50 anni.

Gli economisti sono di solito concordi nell’affermare che il divario economico fra uomini e donne cresce nel tempo, perché le donne sono penalizzate dalla maternità e dal rientro a lavoro (o dal mancato rientro). D’altronde, le giovani donne con bambini piccoli hanno più difficoltà a restare a lavoro di coetanee senza figli; ma allo stesso tempo, le donne con i figli che restano a lavoro sono spesso percepite dai colleghi e dai superiori come meno coinvolte dal lavoro e dalle responsabilità connesse, perché più assorbite dai problemi familiari e di cura dei figli.

Questo fa sì che molte donne, prima di costruirsi una famiglia, preferiscano avere una carriera già avviata.

Ma quindi, quanto vale lo stipendio di una donna, considerando un contesto simile?

Secondo varie ricerche, circa il 79% di quanto guadagna un uomo con identiche mansioni.

Quali sono i possibili interventi per ridurre sempre di più questa differenza e ottenere una sostanziale uguaglianza di genere anche nel trattamento economico?

La ricerca della World Bank è interessante perché analizza i sistemi normativi di 131 paesi e stila una graduatoria, dal paese con maggiore a quello con minore uguaglianza di genere: ai primi posti, molti paesi europei, come il Belgio e la Svezia. L’Italia è fra i primi 30 paesi per uguaglianza di genere; agli ultimi posti, molti paesi arabi e africani. Si analizza tuttavia anche l’andamento delle riforme negli ultimi 10 anni: il maggiore incremento è stato riscontrato in Asia, dove l’uguaglianza di genere è aumentata negli ultimi anni di circa il 9%.

Quindi, se da un lato è sicuramente importante l’intervento normativo dei governi per veicolare e condurre una politica di cambiamento su vasta scala, è altrettanto vero che (a un livello inferiore) sono anche le aziende e il contesto culturale a dover cambiare.

Esistono infatti settori, come quello finanziario, legale e medico, in cui la differenza di trattamento economico è maggiore, soprattutto perché si richiede a chi vi opera di essere disponibile a lavorare per molte ore al giorno, ben oltre quelle stabilite per contratto. Al contrario, secondo l’economista Claudia Goldin, della Harvard University, il gender pay gap è meno presente in quei contesti in cui è favorito il lavoro a distanza o in cui è possibile avere più lavoratori a disposizione per la stessa mansione in orari diversi: per esempio, nel settore del turismo o della vendita.

La disparità di trattamento economico è più evidente in quei settori che richiedono incontri personali con i clienti, lunghe ore di lavoro e un carico di impegno che non può essere delegato: in questi contesti, le donne fanno molta fatica, quando hanno una famiglia e dei bambini da accudire, ad avanzare nella carriera e a guadagnare come i colleghi uomini.

Per questo, politiche aziendali adeguate e una maggiore attenzione da parte delle normative nazionali alla condizione della donna sul posto di lavoro sono di certo una chiave di volta importante per diminuire le differenze e permettere alle donne non solo di avere lo stesso stipendio di un uomo, ma anche di ricoprire ruoli di vertice più di quanto non accada adesso.