Coronavirus e cambiamenti climatici: una questione di percezione del rischio

Coronavirus e cambiamenti climatici: una questione di percezione del rischio

“Il riconoscimento [di un problema] segna notoriamente il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza”. (A. Gosh)

Continua il breve percorso per definire le buone pratiche per sollecitare un’azione globale volta a ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici. Siamo arrivati agli ultimi due punti: cioè, il coinvolgimento di clienti e consumatori nel processo di trasformazione delle attività delle aziende; e la modifica del modello di business delle aziende stesse(soprattutto quelle più coinvolte dalla produzione di emissioni di carbonio).

Eppure, entrambi questi punti sono strettamente legati a una questione più ampia: vale a dire la percezione del rischio dei cambiamenti climatici e il loro impatto sulla nostra vita. In questi giorni di grande tensione causata dalle notizie sulla diffusione del Coronavirus, Covid-19, ho letto molti articoli, ascoltato molti commenti, ma un articolo più di tutti mi ha colpito perché non solo ha fatto il punto sulla situazione, assumendo uno sguardo più ampio, ma perché mi ha richiamato alla mente un interessante saggio che ho letto recentemente, “La grande cecità” di Amitav Gosh.

Gosh è uno scrittore indiano che con molta lucidità e una scrittura leggera, ma non superficiale, tratta il tema dei cambiamenti climatici dalla prospettiva del suo mondo d’origine (quello indiano e orientale, in senso più ampio) – che ha subito a lungo gli effetti dell’imperialismo e del capitalismo occidentale e che, da quando ha avviato il suo processo di sviluppo economico, ha dovuto fare i conti con l’impatto delle emissioni di carbonio e dei cambiamenti climatici anche nei propri territori.

Saper comunicare in maniera efficace non significa solo comunicare dati e ricostruire gli eventi in maniera razionale: spesso, infatti, le nostre azioni sono più guidate da emozioni (soprattutto, emozioni negative come la paura) che non da ragionamenti basati su dati oggettivi. Eppure la concentrazione di notizie attorno al Coronavirus sta focalizzando l’attenzione su un fenomeno che, seppure nel breve termine può comportare degli effetti negativi, comprese le 2461 morti registrate finora, estendendo lo sguardo su un orizzonte temporale più ampio, ha un’incidenza di gran lunga inferiore rispetto a ciò che i cambiamenti climatici hanno causato negli ultimi venti anni, comprese le oltre 500 mila vittime in tutto il mondo.

Il problema risiede tutto nel riconoscimento: “ L’aspetto più importante del termine riconoscimento sta dunque nella prima sillaba, che rimanda a qualcosa di anteriore, una consapevolezza che rende possibile il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza”. Così scrive Amitav Gosh nel suo saggio: a differenza di ciò che ci piacerebbe pensare, la nostra vita non è guidata dalla ragione, ma dall’inerzia dell’abitudine o – ancora peggio – dal condizionamento esterno che alimenta la paura o l’indifferenza.

Come scrive l’OMS, e come già ho sottolineato altrove, se l’innalzamento delle temperature globali non viene contenuto entro 1,5°C, da qui al 2030, fino al 2050, i cambiamenti climatici causeranno altre 250 mila morti dovute a inondazioni, uragani, terremoti, siccità, incendi e così via. Città coloniali come Mumbai, New York, Boston e Calcutta sono tutte nate agli albori della globalizzazione e la loro ubicazione precaria non solo con il senno del poi è apparsa una scelta tragicamente sconsiderata: i primi residenti di Bombay erano poco propensi a lasciare porti più protetti come Surat e si riuscì a convincerli solo con incentivi finanziari.

Allo stesso modo, come scrive Gosh, anche i funzionari della dinastia Qing si meravigliarono nell’apprendere che gli inglesi volevano costruire una città sull’isola di Hong Kong, un luogo estremamente esposto ai capricci del pianeta. Ma nel tempo ci fu una rimozione collettiva della consapevolezza che le generazioni avevano accumulato abitando certi territori e così le persone iniziarono a spostarsi sempre più verso l’acqua.

Un altro elemento su cui riflettere è che la terra nell’era del surriscaldamento globale è un “universo di tenaci e ineludibili continuità. Le acque che invadono le Sundarban stanno sommergendo anche Miami Beach; i deserti avanzano in Cina come in Perù; incendi si intensificano in Australia quanto in Texas”.

Il concetto di “luogo” come spazio circoscritto è ormai un concetto superato, forze di impensabile portata creano legami profondissimi, a prescindere dalle distanze di tempo e spazio. Tutto questo ha a che fare con i cambiamenti climatici – e tutto questo è davvero tanto e di grande portata. Eppure in questi giorni si mettono in atto pratiche di urgenza, protocolli di emergenza per arginare il Coronavirus, che stanno condizionando la vita di molti, ignorando pericoli più incombenti, che tuttavia si sono distribuiti su un arco temporale più lungo, e questo purtroppo (come scrive Gosh) ci ha reso tutti ciechi o assuefatti.

Per questo, per agevolare l’adattamento delle nostre vite in linea con il cambiamento in atto sul nostro pianeta, oltre che subire le catastrofi, dovremmo tutti essere impegnati a supportare azioni concrete per favorire le buone pratiche non solo degli individui, ma anche delle aziende e dei governi. Solo così, cioè con lo sviluppo della consapevolezza, il coinvolgimento dei consumatori e la trasformazione dei modelli di business delle aziende, riusciremo a portare il nostro contributo positivo al futuro.