Homo sapiens: vittima del coronavirus e potenziale untore per le altre specie

Homo sapiens: vittima del coronavirus e potenziale untore per le altre specie

“Non è colpa delle scimmie se somigliamo tanto a loro. In fondo le scimmie avrebbero meritato qualcosa di migliore” (A. Vloemans) 

La selezione delle informazioni è un'attività fondamentale della nostra vita di cittadini e di individui, soprattutto in un periodo come questo. Su qualsiasi canale di comunicazione, a ogni ora, è ormai quasi impossibile trovare notizie che non parlino del coronavirus.

E così, anche per me non è possibile ignorare il tema, che sta coinvolgendo in modo tanto pervasivo le nostre vite, ma ho deciso di farlo da una prospettiva rovesciata rispetto a quella con cui abbiamo a che fare ogni giorno. Perché guardare il mondo sempre dalla stessa prospettiva può restringere il proprio orizzonte di senso e consegnare al nostro sguardo una realtà limitata.

Il contesto economico e finanziario è ancora sotto lo scacco dell’incertezza. Le misure di contenimento del virus in Italia, ma non solo, hanno arrestato il tessuto produttivo della maggior parte dei sviluppati e per questo le più importanti istituzioni internazionali, dalla banche centrali ai governi, si stanno muovendo per arginare gli effetti di questa crisi.

Uno studio recente uscito in questi giorni e condotto dagli analisti di JPMorgan, una delle più importanti case di investimento a livello mondiale, vede nel rallentamento del numero di contagi al di sotto del 20% in un numero di stati americani che da 40 è passato a 10 un segnale di possibile minimo dei mercati azionari. Il fatto che il numero dei contagi rallenti, infatti, ha un effetto positivo sull’indice di volatilità e questo produce effetti positivi sui mercati.

Nei giorni scorsi è avvenuta la seduta dell’eurogruppo che, sebbene anticipata nei giorni precedenti da numerose polemiche sull’opportunità di emettere eurobond/coronabond per supportare i paesi dell’Unione europea in questa fase di emergenza, si è inaugurata con i migliori auspici, viste le importanti aperture manifestate sia dall’Olanda che dalla Germania, e si è conclusa con un accordo di massima, non ratificato tuttavia dal recente voto del Parlamento europeo, che ha suscitato molte discussioni e contrasti, soprattutto fra le varie forze politiche italiane.

Ma che c’entra l’homo sapiens del titolo in tutto questo? C’entra perché le informazioni che ci raggiungono quotidianamente alimentano esclusivamente la visione di noi stessi (noi stessi, intesi come comunità di uomini e donne che vivono nei paesi sviluppati) prima come padroni del mondo e ora come vittime di un virus che ha fatto il salto di specie e che dai pipistrelli è passato all’uomo. Ma è davvero questa l’unica informazione che ci riguarda? Le nostre città, in assenza degli esseri umani in giro per le strade, si stanno ripopolando di animali. La sosta forzata dovrebbe aiutarci a far capire anche questo: è la convivenza con l’altro da noi che ci rende più forti e preserva la biodiversità – non altrimenti.

Leggevo un interessante articolo di Laura Scillitani sul sito Scienza in rete, che ospita interventi di scienziati e studiosi, in cui si parla di antrozoonosi o zoonosi inversa – il fenomeno per il quale un virus non passa da animale a uomo, ma da uomo ad animale, e questo è il rischio che corriamo con l’infezione da Covid-19, in particolare nei confronti degli scimpanzé, degli oranghi e dei gorilla. In una lettera pubblicata su Nature, due studiosi di fama mondiale fanno appello per una generale chiusura delle attività turistiche e una drastica riduzione della ricerca sul campo in tutte le aree in cui sono distribuite le specie delle grandi scimmie.

Il Congo, l’Uganda e il Ruanda hanno fatto seguito a queste raccomandazioni e hanno chiuso le visite ai parchi: scelta complicata per paesi come questi, in cui il “gorilla watching” rappresenta una delle maggiori fonti di reddito. Eppure, una scelta obbligata: se il Covid-19 dovesse trasmettersi ai pochi gorilla ancora in vita, il rischio estinzione sarebbe certo. È un dato assodato, infatti, che, fra i primati della famiglia Hominidae, l’homo sapiens goda di ottima salute, mentre tutte le altre specie – come i gorilla – siano seriamente minacciate.

In virtù della vicinanza filogenetica, infatti, questi primati condividono con l’uomo molte malattie. Poiché gorilla e scimpanzé vivono in gruppi e interagiscono in modo molto diretto, il diffondersi di una malattia come il Covid-19 rischia di portare all’estinzione di un’intera popolazione. Nei safari è imposta una distanza di sicurezza di 7 metri dai gorilla, ma nel 98% dei casi è stato dimostrato che queste distanze non sono rispettate, né d’altronde i turisti hanno spesso una protezione vaccinale adeguata.

Un altro dato interessante è che nel 2009, in Brasile, scoppiò un’epidemia di febbre gialla che non colpì solo gli uomini ma anche una specie di scimmie della foresta amazzonica. All’inizio si pensò fossero state le scimmie a portare la febbre, poi invece si scoprì che le scimmie si ammalavano per prime, facevano da sentinelle e quindi, osservare il comportamento di questi primati poteva essere utile per prevenire altre epidemie.

In conclusione, Covid-19 e altre zoonosi, come ricorda la studiosa, devono aiutarci a capire che alterare l’equilibrio naturale del nostro pianeta può avere effetti negativi anche per l’uomo e che, per comprendere gli sviluppi di patologie come quella in corso, è necessario avere un approccio multidisciplinare che coinvolga anche le specie selvatiche più vicine all’homo sapiens.

Insieme ce la faremo.