Le aziende unicorno che valgono miliardi di dollari: storie di donne di successo

Le aziende unicorno che valgono miliardi di dollari: storie di donne di successo

La sfida per le donne e la loro autodeterminazione passa anche attraverso l'attività d'impresa. Le aziende unicorno ne sono un esempio. Di loro parlo nel mio nuovo articolo su La ricchezza delle donne.

Il 2019 ancora in corso è un anno importante per la lotta all’uguaglianza di genere: non solo il G7 di Biarritz ha avuto come tema dominante l’Ineguaglianza ma, durante i primi 9 mesi dell’anno, un numero sempre maggiore di aziende guidate da donne si è accreditato come aziende “unicorno”.

Che cosa sono le aziende “unicorno”? Sono aziende valutate più di 1 miliardo di dollari: il loro numero cresce di anno in anno, ma il dato interessante che si sta registrando in questi mesi è l’incremento di start up al femminile tra le “unicorno”.

In particolare, a marzo, due start up innovative a guida femminile sono entrate fra le “unicorno” a distanza di due giorni, tanto da essere definite twin unicorns: si tratta di Glossier (brand dello skincare americano, fondato nel 2014 da Emily Weiss) e Rent the Runway (azienda che permette alle clienti di noleggiare abiti per qualsiasi occasione e di restituirli alla fine dell’utilizzo, grazie a un abbonamento).

L’attività di queste start up è iniziata attraverso il finanziamento da parte di aziende di venture capital.

La svolta che ha visto la nascita di Glossier è avvenuta grazie all’incontro con una finanziatrice donna, che ha creduto nell’idea di produrre prodotti per la cura del viso cruelty free, che avessero come politica di marketing una vasta diffusione sui social.

Al contrario, all’inizio, cioè nel 2009, per le fondatrici di Rent the Runway, è stato più difficile far capire ai potenziali finanziatori gli elementi più intangibili di ciò che stavano lanciando. “Gli uomini non sono riusciti a capire il profondo legame emotivo che lega una donna alla moda”, ha affermato Jennifer Fleiss durante una recente riunione a New York. Le donne infatti (ed è qui che si inserisce il valore aggiunto di una start up guidata da donne, nella capacità di intercettare gusti e passioni di altre donne e renderle fruibili sul mercato) vivono un capo di moda come uno strumento di ricerca del benessere. Puoi affrontare qualsiasi ostacolo, se indossi qualcosa di eccezionale: ecco lo slogan dell’azienda. E chi se non una donna poteva capire e lanciare sul mercato un messaggio simile?

Nei board delle società di venture capital, ancora oggi solo il 9,65% è rappresentato da donne, secondo l’indagine di Crunchbase. Con una presenza maggiore di donne ai vertici delle società finanziatrici, le fondatrici di Rent the Runway (ma anche le altre imprenditrici tuttora impegnate a trovare finanziamenti per le loro start up) avrebbero avuto vita più facile? Forse sì. Di certo non stupisce che solo il 2,5% di tutte le start up sostenute da venture capital sia a guida femminile.

Se, quindi, poniamo a confronto i dati emersi da un’indagine di Morgan Stanley, con i dati di crescita delle “unicorno” al femminile, risulta più che evidente l’impatto positivo, su un piano strettamente economico, dell’avere donne nei punti chiave decisionali e di gestione del potere. Il termine “unicorno” è stato coniato nel 2013 da Aileen Lee, un’altra importante investitrice di venture capital, per descrivere aziende private valutate oltre 1 miliardo di dollari. Dal 2013 a oggi, molte cose sono cambiate: soprattutto il numero complessivo di aziende che hanno raggiunto quel traguardo è aumentato; tuttavia, nel panorama complessivo di aziende nel mondo, le “unicorno” rappresentano ancora una rarità.

Altro dato interessante e su cui riflettere è che il numero di aziende (unicorno, ma non solo) al femminile è tuttora ridotto: secondo una stima dei primi mesi del 2019, fra tutte le aziende che hanno ricevuto finanziamenti dal venture capital, quelle con almeno una donna al vertice sono state il 17%, mentre quelle esclusivamente condotte da donne sono state solo il 2%.

Le resistenze da superare, quando si parla di donne e finanza, sono pertanto ancora numerose. Ma è solo dal mondo esterno che una donna deve difendersi, oppure esistono anche condizionamenti interni, imposti dalla cultura e dall’abitudine, che limitano la capacità di autodeterminazione della donna?